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Aspetti artistici di Villa Falconieri
| Villa Falconieri | Immagini storiche | Immagini artistiche |
Il periodo di massimo splendore di Villa Falconieri va collocato tra la seconda metà del Seicento e la prima metà del Settecento. Nel 1654 l'edificio possedeva, infatti, un centinaio di stanze, ben 47 ettari di terreno circostante coltivato a viti, un parco con querce secolari e un laghetto circondato da cipressi. All'inizio di tale epoca è databile il disegno di un ingresso monumentale, il portale del Falco, di Ferdinando Fuga. Subito dopo, la villa venne radicalmente trasformata ed ampliata ad opera del Borromini.
Nel decennio 1670-80, la decorazione pittorica di alcune sale del palazzo venne affidata dal cardinale Alessandro Falconieri a due artisti di prestigio della Roma del tardo seicento: Carlo Maratta e Ciro Ferri, ed ai loro aiuti. Successivamente lo stesso cardinale - grazie anche all'agiatezza di cui godeva la sua famiglia in virtù delle rendite degli appalti ricevuti dalla Camera Apostolica sulla raccolta del cloruro di sodio e del nitrato di potassio - promosse una seconda campagna di decorazioni, commissionando l'esecuzione dei dipinti murali di numerose sale della villa a Pier Leone Ghezzi, uno dei più attivi e versatili artisti della Roma del primo Settecento. Per garantire l'uniformità artistica dei dipinti e delle decorazioni il Ghezzi venne anche nominato sovrintendente dei lavori, nonché direttore di un nutrito gruppo di collaboratori ed aiuti. I maestri citati si adoperarono in prima persona nello sviluppo pittorico del palazzo, lasciando importanti e dirette testimonianze della loro arte ma, come era consuetudine del tempo, affidarono la realizzazione di parti specifiche o di interi dipinti murali anche ai loro collaboratori ed agli allievi di bottega.
In particolare, a Carlo Maratta, caposcuola del Tardo Barocco romano, ed al suo allievo Nicolò Berrettoni, va assegnato il dipinto sull'ampia volta del salone d'ingresso del palazzo, indicato sia come "Omaggio a Venere" che come "Nascita di Venere", ed oggi solo parzialmente conservato a causa dei bombardamenti subiti dalla villa nel 1943: l'iconografia superstite, che mostra Poseidone mentre emerge dalle acque marine, alla guida del suo carro, per offrire alla dea preziosi monili, fa propendere per la prima ipotesi di titolazione dell'opera, che pare debba collocarsi cronologicamente negli anni 1670-80.
Invece l'esecuzione delle due lunette, collocate immediatamente al di sotto del soffitto, che rappresentano alcuni membri della famiglia Falconieri resi in forte rilievo prospettico, è stata recentemente attribuita al solo Berrettoni. A questo periodo risale anche il ciclo pittorico con le "allegorie delle quattro stagioni" nelle sale di una delle ali laterali dell' edificio, magnifico esempio di pittura "accademica" e "scenografico-barocca" nei Castelli Romani, attribuito ad un altro esponente di minor fama del Barocco romano, Ciro Ferri, che eseguì l'affresco col "Ratto di Proserpina" (probabile "Allegoria dell'Inverno") sul soffitto dell'omonima sala del palazzo; un secondo dipinto, con l'"Allegoria dell'Autunno", sulla volta della sala che da esso prende il nome, ed infine un ultimo affresco, datato agli anni fra il 1672 ed il 1680, raffigurante il "Trionfo di Flora" nel centro del soffitto della cosiddetta "Sala della Primavera". Ma è Pier Leone Ghezzi l'artista che ha maggiormente lasciato il segno della sua arte in Villa Falconieri: egli ottenne l'incarico di affrescare numerose stanze del palazzo intorno alla fine del secolo e lo mantenne sicuramente fino al 1734, in virtù della sua pluriennale amicizia e frequentazione della famiglia Falconieri, attestata non solo da testimonianze del suo diario, ma soprattutto dai numerosi disegni caricaturali che egli fece agli stessi membri della casata nobiliare, a loro conoscenti e persino a semplici lavoranti.
Il Ghezzi dipinse solo parzialmente molte delle sale, spesso con interventi minimi, ma i dipinti murali, interamente di sua mano, lungo le pareti della cosiddetta "Sala di Proserpina" o "del Ghezzi" sono senza dubbio il suo massimo capolavoro: all'interno di architetture maestose che si aprono su paesaggi di sfondo (probabilmente eseguiti da François Simonot, più noto come Monsù Francesco), prendono vita vivacissimi personaggi, isolati o in piccoli gruppi, alcuni dei quali sono stati identificati tra i membri (o i più assidui frequentatori) della famiglia Falconieri. Tra essi si riconosce anche l'autoritratto del Ghezzi che si è voluto raffigurare in abiti eleganti e nell'atto di eseguire un disegno avendo come platea il pubblico; attraverso una finestra si scorge, inoltre, la figura di un noto predicatore che faceva parte della cerchia dei Falconieri, Rocco da Napoli, colto con sagace ironia nel momento in cui, presumibilmente intento a spiare una conversazione, rompe accidentalmente col pomo del suo bastone il vetro della finestra.
L'Argan vede in questi affreschi, che data al 1727, il primo esempio di pittura "arguta" in Italia, intendendo per arguzia "la qualità che gli Illuministi inglesi chiamano wit".
Per completezza di esposizione, dopo aver sottolineato gli interventi più significativi degli artisti di maggior fama, possiamo ancora avventurarci in un percorso virtuale che attraversi le principali sale affrescate della villa, in modo da completare la visione delle decorazioni pittoriche in esse presenti. Muovendo dal piano terra, e precisamente dal salone d'ingresso, troviamo alcuni affreschi imitanti bassorilievi classici con figurazioni mitologiche ancora attribuiti al Ghezzi. Sulle pareti dei due lati brevi sono raffigurati, invece, paesaggi di campagna realizzati da Monsù Francesco, ricompresi tra monumentali quinte architettoniche dipinte da Domenico Villani, a loro volta decorate da grandi vasi con bassorilievi classicheggianti del Ghezzi.
Un tempo, sulle pareti lunghe della sala comparivano affreschi - attribuiti con certezza al Ghezzi per l'esistenza di un disegno preparatorio autografo dell'artista e di una dichiarazione scritta di suo pugno - che raffiguravano gruppi di persone, variamente abbigliate, collocati sullo sfondo di architetture destinate a rappresentare le quattro tradizionali parti del mondo.
In alto, lungo le pareti della piccola Stanza della Ringhiera, cui si accede dall'atrio, corre una banda che riporta scene mitologiche attribuite alla bottega di Perin del Vaga o a quella di Luzio Romano; al di sotto di essa, prendono vita piccoli e briosi personaggi dipinti ad olio dal Ghezzi che si inseriscono armonicamente all'interno di ampi paesaggi eseguiti da Monsù Francesco.
Da una porta-finestra si accede ad un ampio balcone impreziosito da una piccola fontana di forma ovale a tre vasche, progettata, secondo la tradizione, da Domenico Fontana. Dalla prima porta, sul lato sinistro del salone d'ingresso, si perviene nella piccola Sala delle Marine, così denominata dalla presenza, su due delle pareti, della raffigurazione di marinerie curiosamente circondate da maestose alberature (dipinte verosimilmente dal Monsù), monumentali palazzi, ricche fontane. Anche questi dipinti sono generalmente attribuiti alla bottega del Ghezzi.
La seconda porta, sempre sul medesimo lato del salone, conduce invece all'interno di quattro grandi sale intercomunicanti, magnificamente affrescate: la prima Sala di Proserpina contiene, come già detto, il dipinto del Ferri col "Ratto di Proserpina" sulla volta, ed i famosi affreschi del Ghezzi sulle pareti; nella successiva Sala dell'Autunno la volta è affrescata sempre dal Ferri con l'"Allegoria dell'Autunno" che rappresenta una scena di vendemmia, con la pigiatura dell'uva, alla quale assiste Dioniso e la sua corte di satiri e mènadi. Le pareti sono prive di decorazione pittorica; sulla volta della successiva Sala dell'Estate - simile alla precedente per dimensioni e per la mancanza di una decorazione pittorica parietale - è raffigurata l' "Allegoria dell'Estate" con Cerere circondata da giovani e fanciulle che le offrono spighe e frutti.
Quest'affresco è variamente attribuito al Ferri, al Berrettoni ed a Giacinto Calandrucci; infine, nell'ultima Sala della Primavera o del Tempio di Venere o del Trionfo di Flora, il soffitto è stato sicuramente decorato dal Ferri col "Trionfo di Flora"; le pitture parietali, raffiguranti fitti boschi abitati da divinità pagane, ninfe, putti (inframmezzati da architetture classiche, fontane, bassorilievi, erme), sono invece attribuite a Giovanni Francesco Grimaldi, discepolo prima dei Carracci a Bologna ed in seguito dell'Albani a Roma.
La stanza ha al suo centro una fontana marmorea, quasi a voler completare e rendere più verosimile la ricostruzione, in un ambiente chiuso, dello spazio naturale esterno, secondo la predilezione tipicamente tardobarocca e rococò per l'illusionismo pittorico e per l'"inversione" (lo spazio interno riproduce quello esterno, o viceversa).
Possiamo proseguire la nostra visita menzionando le tre stanze che, ubicate al primo piano del corpo centrale della villa, componevano l'Appartamento del cardinale Alessandro: gli affreschi, raffiguranti scene campestri e figure mitologiche, furono eseguiti dal Ghezzi e da altri artisti minori, tra i quali Domenico Villani e Monsù Leandro.
Al secondo piano, infine, nell'angolo di ponente, si trova la piccola Stanza del Belvedere, quasi del tutto priva di decorazioni ma che consente di godere di una splendida veduta panoramica della città di Roma.
Da ultimo va ricordato che nell'ala destra del palazzo, distrutta dai bombardamenti dell'8 settembre 1943 e successivamente ricostruita, era situata la cappella privata del cardinale Alessandro, affrescata lungo le pareti con numerose figure di santi (oggi completamente perdute) e contenente una pala d'altare del Calandrucci.
* Per la migliore comprensione dei lavori del Ghezzi, e di altri artisti collocabili nello stesso filone artistico, non è irrilevante evidenziare come l'arguzia, secondo questa corrente di pensiero, venga definita non "come umorismo, tratto di spirito, battuta, ma come repentina operazione della «mente attiva» che afferra, associa, combina e sintetizza fatti e caratteri anche molto diversi e lontani". E questa polivalente e lucida combinazione di analisi/sintesi della realtà, assume, nella storia dell'arte italiana, un significato quanto mai rilevante, divenendo segno concreto del passaggio dalla sensibilità artistica prettamente "emotiva" del Barocco a quella più freddamente razionalistica dell'Illuminismo settecentesco.
Brevi cenni sui principali artisti citati
Francesco Borromini Francesco Castelli detto Borromini nacque a Bissone sul Lago di Lugano nel 1599. Esordì, al seguito di Carlo Maderno, che era un suo parente, come scalpellino in San Pietro (c. 1620) collaborando col Bernini a palazzo Barberini (scala ellittica e finestre). Progettò la famosa chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane (e successivamente la facciata), unanimemente ritenuta un capolavoro. Operò lavori di profonda trasformazione a palazzo Carpegna progettando la rampa elicoidale, il loggiato interno a pianterreno e il portale interno. Progettò l'altare Landi e decorò Santa Lucia in Selci. Grazie alla stima e benevolenza di Virgilio Spada, costruì l'Oratorio e il convento dei Filippini, a cui poi aggiunse la Torre dell'orologio. Restaurò, ampliandolo e decorandolo, palazzo Falconieri in via Giulia. Progettò per le Oblate agostiniane il convento e la chiesa di S.Maria dei Sette Dolori e realizzò Sant'Ivo alla Sapienza nello "Studium Urbis". Tra il 1645 e il 1655 decorò palazzo Pamphili, restaurò San Giovanni al Laterano e ideò, a palazzo Spada, la galleria prospettica con le due scale a spirale. Ricostruì la facciata di Sant'Agnese in Agone. Ampliò il palazzo di Propaganda Fide ricostruendo la cappella dei Re Magi. Operò, infine, numerosi altri interventi di rifacimento, restauro e decorazioni (Sant'Andrea delle Fratte, San Giovanni in Oleo, le decorazioni della Cappella Spada in San Girolamo della Carità e la Cappella Falconieri in San Giovanni dei Fiorentini). Morì suicida a Roma nel 1667.
Carlo Maratta (1625-1713)
Allievo del Sacchi ed estimatore del Poussin (entrambi noti esponenti di quel filone dell'arte barocca definibile come "classicista") è un rappresentante di minor valore del Classicismo Seicentesco; il suo spirito pratico lo portò ad evitare certi rigori intellettualistici del maestro per recepire, in piena libertà, suggestioni dal Bernini e da Pietro da Cortona, giungendo così ad elaborare una formula pittorica "di compromesso", dignitosamente retorica, ricca d'eloquenza ma composta, che avrebbe determinato il suo successo nell'ambiente romano. Principe a vita dell'Accademia di San Luca, appoggiato dal più illustre critico del tempo, il Bellori, finì per divenire l'arbitro delle vicende artistiche romane per quasi l'intero corso della sua lunga vita. Fra le sue opere principali ricordiamo: la Madonna con i Santi Carlo e Ignazio nella chiesa di Santa Maria in Vallicella (1675); La Morte di San Francesco Saverio per la Chiesa del Gesù (1679); l'Immacolata Concezione in Santa Maria del Popolo (1686).
Ciro Ferri (1634-1689)
Allievo di Pietro da Cortona, ne avrebbe divulgato con coerenza la lezione, anche se con un linguaggio più piano e meno magniloquente. Completò numerose opere del maestro: gli affreschi in Palazzo Pitti a Firenze, i cartoni per i mosaici in San Pietro, gli affreschi nella chiesa di S. Nicola da Tolentino a Roma. Eseguì inoltre affreschi in Santa Maria Maggiore a Bergamo e l'affresco nella cupola di Sant'Agnese in Agone a Roma.
Pier Leone Ghezzi (1674-1755)
Pittore e incisore, disegnatore caricaturista, ma anche intagliatore di pietre dure, conoscitore di architettura, di "antichità" (amava disegnare i reperti archeologici che suscitavano il suo interesse), di anatomia e medicina (realizzò le illustrazioni di libri del Petroli e del Lancisi, noti medici dell'epoca), di musica. Fu pertanto uno spirito versatile, eccentrico, che manteneva un certo accademismo unicamente nelle opere religiose, per discostarsene invece nei quadri e nelle pitture di genere e soprattutto nelle caricature. Queste rappresentano senza dubbio la parte più originale dell'intera produzione artistica dell'artista: apprezzate da Hogarth, il più importante pittore dell'Illuminismo inglese, non erano moralistiche, né fisiognomiche o satiriche, quanto invece, come osserva l'Argan, "epigrammatiche" ed "argute", poiché l'artista riusciva a cogliere ciò che distingueva un individuo da tutti gli altri (un particolare del volto, un gesto, il modo di camminare, la postura), e sapeva riprodurlo su carta con pochi tratti essenziali.
