PISA 2025: la scuola italiana tiene, ma deve accorciare le distanze

In questo numero l’Editoriale del Presidente ospita Laura Palmerio, responsabile dell’Area Indagini Internazionali di INVALSI, che ci accompagna nella lettura dei risultati italiani di PISA 2025. Ne emerge l’immagine di un sistema scolastico che tiene nel confronto internazionale, ma che è chiamato a trasformare questa stabilità in un reale avanzamento per tutti gli studenti.

Tenuta o miglioramento? I risultati italiani di PISA 2025 raccontano una Scuola stabile nel confronto OCSE. Ma cosa succede quando, oltre alla media nazionale, si osserva come le competenze sono distribuite tra territori, percorsi di studio e condizioni di partenza?

L’8 settembre, in contemporanea con il lancio internazionale, sono stati presentati i risultati italiani di PISA 2025, l’indagine dell’OCSE che ogni tre (da ora in poi quattro) anni osserva ciò che gli studenti quindicenni sanno e, soprattutto, ciò che sono in grado di fare con quanto hanno appreso. L’edizione appena conclusa ha posto nuovamente le scienze al centro della rilevazione, accanto alla lettura e alla matematica, offrendo una fotografia ampia del nostro sistema educativo, con alcuni elementi su cui vale la pena riflettere.

Il primo dato che emerge è quello della tenuta. In un contesto internazionale caratterizzato da un declino importante dei risultati in numerosi Paesi OCSE, l’Italia presenta un quadro complessivamente stabile. In scienze e matematica i risultati degli studenti italiani sono in linea con la media OCSE; in lettura sono significativamente superiori. Tra il 2022 e il 2025, mentre la media OCSE è diminuita di 14 punti in lettura e di 9 in matematica, i risultati italiani sono rimasti sostanzialmente invariati.

È un risultato che merita di essere riconosciuto, anche come segnale della capacità delle scuole di sostenere l’apprendimento in anni particolarmente complessi. Ma sarebbe sbagliato ridurlo a un messaggio semplicemente rassicurante. Al di là della stabilità, occorre puntare al miglioramento; soprattutto, un punteggio medio nazionale non basta a descrivere la qualità e l’equità di un sistema educativo.

È questo uno degli aspetti su cui PISA può aiutarci a guardare ai risultati con maggiore attenzione. Le indagini internazionali vengono spesso raccontate attraverso classifiche di Paesi, come se la domanda principale fosse quale posizione occupi l’Italia. Il confronto internazionale è importante, ma fermarsi a una graduatoria significa utilizzare solo una piccola parte delle informazioni disponibili.

Accanto ai punteggi medi, PISA descrive infatti i livelli di competenza raggiunti dagli studenti: non soltanto quanto hanno ottenuto in una prova, ma anche che cosa sono in grado di fare. Nelle scienze, per esempio, si passa dalla capacità di riconoscere spiegazioni semplici e informazioni isolate a quella di applicare conoscenze, integrare dati e fonti in problemi complessi e giustificare decisioni considerando evidenze scientifiche e altri fattori rilevanti. I livelli rappresentano quindi una progressione qualitativa delle competenze e consentono di porre una domanda educativa molto più concreta: quanti ragazzi possiedono gli strumenti di base necessari per orientarsi autonomamente nella realtà?

Da questo punto di vista, alcuni risultati italiani sono incoraggianti. In scienze, il 78% degli studenti raggiunge il livello base, rispetto al 74% nella media OCSE; in lettura, più di tre studenti su quattro raggiungono almeno il Livello 2, contro il 69% dei Paesi OCSE; in matematica, la quota è pari al 69% mentre quella media internazionale è del 65%. Anche nella parte più debole della distribuzione, dunque, il sistema italiano mostra importanti elementi di solidità.

Ma è proprio quando dalla media nazionale si passa a osservare come queste competenze sono distribuite che emerge la sfida più importante.

In lettura, la quota di studenti che non raggiunge il livello base passa dal 16% nel Nord Ovest al 34% nel Sud. In matematica, il punteggio medio varia dai 492 punti del Nord Ovest e dai 489 del Nord Est ai 437 del Sud. Differenze altrettanto marcate si osservano tra percorsi di studio: nei licei il 91% degli studenti raggiunge almeno il livello base in lettura, mentre negli istituti professionali la quota scende al 40%. Se è vero che a 15 anni il sistema educativo italiano è già differenziato in percorsi con caratteristiche, finalità e composizione diverse, e che ciò contribuisce a spiegare le distanze tra i rispettivi risultati, qui stiamo parlando del raggiungimento di un livello base di competenza che dovrebbe essere garantito a tutti gli studenti, indipendentemente dal percorso frequentato.

Non si tratta semplicemente di individuare chi “va meglio” e chi “va peggio”. Questi dati ci fanno riflettere sulla capacità del sistema di offrire opportunità di apprendimento comparabili a studenti che crescono in territori diversi, frequentano percorsi differenti e provengono da contesti familiari diversi.

Anche il retroterra socioeconomico continua, infatti, a incidere sugli apprendimenti. In Italia la distanza tra gli studenti più avvantaggiati e quelli più svantaggiati è di circa 80 punti nei principali ambiti di rilevazione, un divario che corrisponde a oltre un livello di competenza. Allo stesso tempo, circa il 12% degli studenti socio economicamente svantaggiati riesce a collocarsi nel quarto degli studenti con i risultati migliori. È un dato importante: le condizioni di partenza contano, ma non determinano inevitabilmente i risultati.

PISA 2025 invita, però, ad ampliare ulteriormente lo sguardo. Essere preparati scientificamente oggi non significa soltanto conoscere concetti e teorie. Gli adolescenti incontrano quotidianamente dati, opinioni, affermazioni presentate come scientifiche e informazioni provenienti da fonti di diversa affidabilità. Allo stesso tempo devono confrontarsi con questioni quali il cambiamento climatico, la salute pubblica, l’uso delle risorse, la transizione energetica; questioni complesse nelle quali le conoscenze scientifiche sono cruciali per valutare alternative e assumere decisioni informate.

Da questo punto di vista, è significativo che gli studenti italiani mostrino un profilo relativamente più forte proprio nella capacità di comprendere come funziona la ricerca scientifica e di valutare i disegni di ricerca. Nelle scienze ambientali emerge inoltre un’elevata consapevolezza dei problemi e più dell’80% dei quindicenni italiani ritiene di poter fare personalmente qualcosa per produrre un impatto positivo sull’ambiente.

Sono elementi che ricordano come la valutazione non debba limitarsi a certificare ciò che gli studenti hanno imparato, ma possa aiutarci a comprendere quanto la scuola li stia preparando a utilizzare ciò che apprendono.

Il quadro di PISA 2025 restituisce l’immagine di un sistema che ha mostrato una significativa capacità di tenuta, ma mostra anche con chiarezza dove si collocano i suoi principali margini di miglioramento. Le disuguaglianze socioeconomiche non sono aumentate nell’ultimo decennio: anche questo è un elemento di stabilità. Non possiamo però considerarlo ancora un progresso nell’equità.

La sfida dei prossimi anni è allora trasformare la tenuta in avanzamento: continuare a sostenere i risultati complessivi, ma soprattutto ridurre le distanze tra territori, percorsi e condizioni di partenza. Perché un sistema educativo non si misura soltanto dal livello medio che riesce a raggiungere, ma anche dalla sua capacità di fare in modo che quel livello sia realmente alla portata di tutti.

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