Il Presidente INVALSI Roberto Ricci in questo dialogo con Savina Cellamare parla dell’importanza di una ricerca educativa capace di assumere una dimensione globale, di guardare oltre i confini nazionali per comprendere il presente della Scuola e aprire prospettive per il futuro.

Presidente, quando si parla di INVALSI il pensiero corre subito alle Rilevazioni nazionali. Eppure la nostra ricerca si è arricchita sempre più di sigle che indicano indagini internazionali, come PISA, TIMSS, PIRLS, TALIS. Sembra quasi che l’Istituto, allargando lo sguardo, stia cambiando pelle. È un’impressione corretta o piuttosto è l’evoluzione di un percorso?
È una domanda interessante, che mi permette di chiarire un punto molto importante, del quale abbiamo già avuto occasione di parlare ma che è forse opportuno ricordare.
Non si tratta di una nuova fisionomia, ma del compimento di una missione che ha sempre fatto parte del nostro Istituto.
L’INVALSI non è mai stato un’isola; fino dalle sue origini, infatti, la nostra ricerca si è nutrita del confronto internazionale e si è distinta per la rete di rapporti con Università e Centri di indagine internazionali.
Oggi questa apertura ha assunto una dimensione ancora maggiore ed è diventata una necessità incalzante per le caratteristiche del contesto in cui viviamo, sempre più interconnesso.
I nostri giovani non si confrontano o non collaborano – oggi e nel loro futuro accademico o professionale – solo con interlocutori prossimi per territorialità, ma con quelli di tutto il mondo.
Capire dove si colloca la Scuola italiana in questo scenario non è semplicemente un interesse di ricerca accademica, ma è una questione di equità e di futuro.
Tuttavia, a volte si sente obiettare: perché dobbiamo paragonare la nostra Scuola con quelle di altre Paesi molto lontani da noi, con culture tanto diverse, con sistemi educativi differenti? Cosa possiamo dire a chi vede questi confronti internazionali quasi come una forzatura?
Possiamo rispondere che il confronto ha uno scopo costruttivo e non serve a fare classifiche, come accade in una gara sportiva o in qualunque competizione.
L’obiettivo delle indagini internazionali – promosse da organismi di alto profilo come OCSE o IEA – è capire come funzionano i diversi sistemi educativi di fronte a sfide che sono globali.
Prendiamo come esempi eventi che hanno comunque coinvolto tutti, come la transizione digitale o l’impatto della recente pandemia. Vedere come altri Paesi hanno reagito, quali strategie hanno adottato e quali risultati hanno ottenuto ci offre un’occasione di confronto di grande valore.
Non si tratta di copiare il modello di un altro Paese – che come giustamente si osserva risponde a culture e sistemi educativi diversi – ma di osservare le buone pratiche e capire se e come queste possono essere declinate nel nostro contesto.
I dati internazionali sono indicazioni, non modelli da importare nel nostro sistema per traslazione.
Peraltro, queste indagini esplorano dinamiche che non si limitano a “quanto sanno” gli studenti ma colgono dimensioni molto più profonde. Penso ad esempio all’indagine TALIS, che si concentra sugli insegnanti, o alle indagini IEA che guardano all’ambiente familiare e alla dimensione civica.
Esatto, questo è un punto cruciale che su INVALSIopen, come nelle numerose presentazioni di dati e nei molti seminari che abbiamo svolto nelle Scuole, abbiamo cercato più volte di evidenziare. Se ci fermassimo solo agli esiti che rilevano le competenze in Matematica o in Lettura, faremmo un cattivo servizio alla Scuola e alla stessa ricerca.
Le indagini internazionali sono una miniera di informazioni, perché mettono in relazione i risultati di apprendimento con i contesti.
Ci dicono come gli studenti vivono la Scuola sotto il profilo emotivo, quanta fiducia hanno nelle proprie capacità, ma anche come gli insegnanti percepiscono la loro professione e di quali strumenti dispongono.
Ad esempio, grazie a queste ricerche possiamo studiare il legame tra lo status socioeconomico delle famiglie e il successo scolastico in modo comparativo. Scopriamo così che l’Italia, pur con le sue fragilità, ha spesso una Scuola primaria che è un punto di forza nel garantire l’inclusione, ed è questo un dato che emerge proprio dal confronto con l’estero.
C’è anche il tema delle competenze del futuro, molto rilevante in un mondo che cambia rapidamente e, di conseguenza, chiede ai ragazzi di adeguarsi al mutamento con grande velocità. Come stanno evolvendo le ricerche internazionali in questo senso?
Stanno evolvendo verso ambiti che in precedenza non avremmo mai associato a una Rilevazione degli apprendimenti scolastici.
Penso al Creative Thinking (indagine sulla creatività e sul pensiero creativo) introdotto recentemente in ambito PISA, o alla Global Competence per comprendere le sfide globali e interculturali, indagini che consentono di apprezzare prospettive diverse e interagire con queste per promuovere il benessere comune.
Gli studi internazionali stimolano quindi il nostro sistema scolastico a porsi domande fondamentali sull’azione educativa e formativa che conduce per promuovere lo sviluppo personale e collettivo, coinvolgendo il nostro Paese come parte attiva del cambiamento.
In conclusione, Presidente, possiamo dire che guardare fuori dai confini nazionali – per quanto possa apparire paradossale – è un’azione importante per capire ancora più a fondo la Scuola italiana?
Assolutamente sì. Chi guarda solo se stesso finisce per non conoscersi davvero.
L’apertura sempre maggiore dell’INVALSI verso le ricerche internazionali è un atto di responsabilità verso il Paese.
Ci permette di valorizzare le nostre eccellenze – che sono tante e non sempre pienamente riconosciute – e di guardare le nostre debolezze con l’umiltà di chi vuole migliorare.
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